martedì 9 maggio 2017

Guerra alle fake news? Tempo sprecato

Se ne parla così tanto, ma così tanto, che quasi fa passare in secondo piano i progetti futuri della riservatissima coppia Ferragni-Fedez.
Eppure, se ne parla quasi sempre in modo sbagliato.
Le fake news, cioè le notizie false che circolano in rete, sono state ufficialmente associate al Grande Male della Società Contemporanea.
Come se fossero davvero pericolose. Come se davvero potessero spostare voti (perché è di questo che si tratta, di fatto. Non fingiamo che non sia così).


Intendiamoci: possono farlo. Possono essere pericolose e magari potranno anche spostare voti, ma se ci riescono significa che chi "ci casca" non è abbastanza intelligente da documentarsi, da capire che qualcosa non torna, da farsi ingannare da un titolo o un'immagine solo perché rappresentano ciò in cui vuole credere.
Francamente non vedo il problema, non in modo diverso da prima: le fake news, nel Paese in cui la gente si limita a leggere i titoli degli articoli (spesso fuorvianti, come ho già avuto modo di raccontare), non sono più dannose di qualche parola fuorviante per vendere copie.
Non sono più pericolose di immagini palesemente contraffatte postate ovunque da "vip" che mandano in crisi qualsiasi persona normale esibendo una perfezione che nemmeno loro possiedono.
Non sono peggiori della disinformazione che si consente di fare ai miei colleghi (ho appena letto un articolo scritto da un "giornalista" che sostiene come la maggior parte dei dietologi sconsiglino una dieta principalmente vegetariana. Ma siamo impazziti? Non ce l'ha un direttore che gli impedisca di scrivere idiozie, per altro non comprovate da alcuna fonte?.
Le fake news, in realtà, sono un'ottima occasione per farsi pubblicità.
Tutti credono che i siti "anti-bufala" siano depositari della Verità. Senza controllare. Ma può capitare che anche loro riportino informazioni non proprio esatte, o più frequentemente - semplicemente - ignorino le fake news che non hanno interesse a smontare.
Perché è sempre e comunque una questione politica, ci piaccia o no.
E nel Paese della corruzione, dei politici colti con le mani nel sacco (e col naso nella polverina bianca), dello sfruttamento del senso di colpa nazionale per un passato da dimenticare e teso a spostare le opinioni in maniera massiccia, del principio religioso del "fai quello che vuoi, basta che poi ti confessi", tutto - ma proprio tutto - è politica.
Le fake news sull'alimentazione sono politiche: si legano, puta caso, alla tanto discussa questione ambientale (quella che il Presidente Trump finge di ignorare) e al consumo della carne (il più grande mercato mondiale. Molto più grande e potente di quello delle armi, per capirci).
La fake news sulla cultura sono politiche: sono costruite per mettere in buona o cattiva luce il tal personaggio pubblico, o il tal luogo, o la tal corrente di pensiero, perché la gente li segua (o li abbandoni). O perché compri i loro libri.
Le fake news sull'economia sono politiche: vogliono farci credere che le cose vadano in modo diverso da come succede in realtà, in un senso o nell'altro. Per catturare voti e per spostare opinioni, o ancora meglio (per loro) abitudini nei consumi.
Comunque la giriamo, finisce sempre lì: in una forma di aspirazione al controllo, con rarissime eccezioni perpetrate da qualche burlone che si diverte a tastare con mano l'effetto "domino" del web.
Quindi, la vera domanda è: dov'è la novità? Com'è che si demonizzano le fake news e non i titoli fuorvianti, la disinformazione, la manipolazione dei dati (medici, statistici, economici) per fini specifici?
La risposta è una sola: non c'è niente di nuovo. C'è solo un nuovo argomento su cui dibattere, anziché occuparsi di temi ben più importanti.
Giusto ieri è scoppiato lo scandalo delle cure palliative somministrate ai malati terminali per favorire alcune aziende farmaceutiche. Un'inchiesta gigantesca, che con molte probabilità porterà alla luce pratiche che definire vergognose sarebbe troppo poco.
Cari miei, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
Basterebbe smetterla di farsi distrarre da nuove terminologie e battaglie mediatiche insensate, impiegando invece il proprio tempo in modo più produttivo. Per esempio per leggere (magari pubblicazioni scientifiche, articoli scritti da giornalisti seri, argomentazioni comprovate dai fatti e ben documentate...), per informarsi, per sforzarsi di capire.
Ma forse, nel Paese che tutti i giorni si fa "informare" da Barbara D'Urso sulla dieta all'ultimo grido e sui casi di cronaca più complessi, sarebbe chiedere troppo...

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